5 cose che hanno in comune le scienziate del passato

Ricche, nobili, innovatrici, affiancate da figure maschili: vi racconto cosa avevano in comune le scienziate del passato

Nel 1867 il Politecnico di Zurigo ha aperto per la prima volta le porte universitarie alle donne. Quest’ultime, prima di quel momento, non potevano avere accesso a nessun tipo di formazione universitaria. Perlomeno formalmente. Sappiamo, infatti, che ci sono state delle eccezioni a questa regola. Ad esempio, nel 1732, l’università di Bologna ha conferito a Laura Bassi una laurea in filosofia naturale (potete leggere la sua storia nel post sotto).

Nonostante, prima di quella data, fosse loro vietata l’iscrizione alle università e il conseguimento di una laurea, le scienziate non esistono solo dagli ultimi anni del 1800. Molte donne, infatti, anche nei secoli precedenti, sono emerse per le loro doti scientifiche, per le loro scoperte, e per le loro invenzioni.

Ma cosa ha permesso a queste scienziate di emergere in un mondo in cui alle donne era impedito farlo?

Se lo è chiesto Sara Sesti, insegnante di matematica, ricercatrice in storia della scienza, e autrice (insieme a Liliana Moro) del libro “Scienziate nel tempo” in cui riporta più di cento biografie di scienziate, vissute in secoli più o meno lontani. Sesti ha individuato una serie di pattern comuni nella vita delle scienziate che sono riuscite a emergere nella storia, e di cui quindi ci è giunta la memoria.

Vediamo quali sono!

1. La presenza maschile

Le scienziate del passato, non potendo accedere direttamente agli ambienti universitari a causa del loro genere, hanno avuto quasi sempre nella loro vita una presenza maschile, si può dire “illuminata” (perché non bacata dall’idea comune che le donne non fossero adatte per le scienze), che ha permesso loro un accesso indiretto all’istruzione.

La storia ci narra che a fare da ponte tra le donne e la scienza sono stati spesso:

  • padri, come ad esempio nel caso di Ipazia d’Alessandria, introdotta alla filosofia e alla matematica dal padre Teone;
  • mariti, come nel caso di Marie-Anne Paulze, istruita sulla chimica e le tecniche di laboratorio dal marito Antoine Lavoisier e i suoi colleghi;
  • e fratelli, come per Caroline Lucretia Herschel, sorella del più noto William, con il quale studiava astronomia.
Ritratto di M. e Mme. Lavoisier, Jacques-Louis David, 1788

2. La ricchezza e il ceto sociale agiato

Quasi la totalità delle scienziate del passato appartenevano a un ceto sociale agiato. Spesso erano nobildonne che possedevano una ricca biblioteca e potevano prendere lezioni private da parte di maestri e intellettuali. È il caso, per esempio, di Trotula De Ruggiero, nota medica del Medioevo, che si pensa appartenesse alla nobile famiglia normanna che finanziò il duomo di Salerno. Ma anche di Sophie Brahe, astronoma danese del ‘600, e di Margaret Cavendish, scrittrice di opere scientifiche e filosofiche, entrambe appartenenti alla piccola nobiltà.

Ritratto di Margaret Cavendish.

Ma anche quando il sangue non era nobile, comunque le famiglie delle donne di scienza erano spesso ricche e facoltose. Per esempio, Maria Cunitz, astronoma e matematica tedesca, aveva come padre un medico molto ricco.

3. “Ragazze prodigio” o “fenomeni da baraccone”

Un’altra caratteristica che hanno in comune molte donne che sono emerse nei secoli passati per la loro propensione alla scienza è l’essere considerate “ragazze prodigio” o addirittura “fenomeni da baraccone“. Socialmente molte non erano quindi ritenute “donne”, ma quasi creature ultraterrene.

Per esempio, Maria Gaetana Agnesi, una delle più grandi matematiche di tutti i tempi, veniva chiamata “oracolo settelingue” e gli intellettuali venivano da tutto il mondo per parlarle, con un interesse quasi morboso. Cristina, regina di Svezia, mecenate delle arti e delle scienze, invece, veniva chiamata in termine dispregiativi “ermafrodita”, come se una persona così sapiente e intelligente non potesse essere “del tutto donna”.

4. Pioniere e innovatrici

Siccome i settori del sapere insegnati e studiati nelle università erano a monopolio maschile, spesso le donne sono state nella storia innovatrici e pioniere in settori marginali. Questi ambiti rimanevano di competenza femminile finché erano di frontiera, e poi diventavano di competenza maschile (e le donne venivano escluse) una volta che la società ne comprendeva l’importanza. Di casi simili ce ne sono molti, in tutti i periodi storici.

Esempi noti sono Ellen Swallow Richards, fondatrice dell’ecologia, e Ada Byron, prima informatica della storia.

Ritratto di Ada Byron (nota come Ada Lovelace).

5. Cancellate dalla memoria storica

Tristemente noto è l'”Effetto Matilda“, fenomeno per il quale il lavoro delle donne viene del tutto o in parte attribuito agli uomini, specialmente in ambito scientifico. A causa di questo effetto, molte donne nella scienza sono state invisibilizzate. Le loro ricerche sono state quindi attribuite a uomini, oppure loro stesse si sono dovute firmare con nomi maschili per poter essere prese in considerazione.

È il caso, ad esempio, di Sophie Germaine, matematica francese che firmava le sue opere “Mr. Le Blanche”. O di Maria Margaretha Kirch, scopritrice di una cometa, di cui il marito si prese i meriti.

Un po’ di dati

Se siete curios* e vi piace la quantificazione, ho raccolto in un file Excel alcuni dati sulle biografie delle scienziate riportate dal libro di Sara Sesti e Liliana Moro (in particolare, sugli aspetti evidenziati in questo articolo). Lo potete trovare pubblicato sul mio ko-fi.

Se ti piace il mio lavoro, offrimi un caffè! Grazie mille! E se vuoi collaborare, contattami!

2 commenti

  1. Ana ha detto:

    Molto interessante! Vero che la classe sociale è rilevante. In molti casi anche dove si abita. Anche nelle diverse raccolte di nomi la geografia penalizza tutti pure gli uomini figuriamoci le donne. Quasi tutte dell’emisfero nord (a questo mi riferivo)

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    1. Hai ragione! Questo è un altro grande tema che nell’articolo davo per scontato ma è assolutamente un punto. Ovviamente sono tutte occidentali!

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