“Picture a scientist” (2020) racconta la violenza contro le scienziate

Il documentario “Picture a scientist” racconta (benissimo) la violenza che subiscono le donne che vogliono lavorare nella ricerca scientifica

“È come se gli uomini avessero scritto il manuale d’istruzioni e noi donne giocassimo senza conoscere le regole”, così le scienziate intervistate per il documentario del 2020 “Picture a scientist” descrivono il mondo della ricerca accademica.

Fonte: https://www.cineagenzia.it/film/picture-a-scientist/

Il titolo del documentario si rifà al famoso esperimento del 1983, in cui il sociologo David Chambers aveva chiesto a bambine e bambini di disegnare “a scientist” (cioè “uno scienziato/una scienziata”, termine che in inglese non è né maschile né femminile) e quasi tutti i disegni rappresentavano uomini bianchi di mezza età intenti a lavorare in laboratorio. Solo lo 0,6% dei bambini e della bambine avevano raffigurato una donna, risultato che suggeriva un fortissimo pregiudizio di genere nel ritenere la ricerca scientifica una “cosa da uomini”.

Ma com’è la vita per tutti gli scienziati e le scienziate il cui aspetto non corrisponde allo stereotipo che disegnano bambine e bambini?

Sharon ShattuckIan Cheney, i due registi, vogliono rispondere a questa domanda tramite il documentario. Io direi che ci sono riusciti benissimo… e che la risposta è spaventosa. Personalmente, ho avuto la pelle d’oca fin dalla prima scena, in cui la geologa e professoressa associata all’istituto di oceanografia Scripps all’Università di San Diego Jane Willenbring racconta di essersi messa a piangere quando la figlia, vedendola in camice da lavoro, ha affermato che da grande avrebbe voluto diventare una scienziata anche lei. “Stavo pensando che qualcuno l’avrebbe trattata come spazzatura, come spazzatura sono stata trattata io”, racconta Willenbring alle telecamere.

L’idea è infatti quella di mostrare tutte le violenze che le donne devono subire negli ambienti scientifici, da quelle più visibili a quelle meno visibili. La metafora usata per raccontare la piramide di violenza è quella dell’iceberg, grande massa di ghiaccio che mostra solo il 10% della sua mole in superficie, mentre per la maggior parte è nascosto sotto il livello del mare. Lo stesso accade, infatti, per le violenze, che fanno scalpore solo quando sono coercizioni o assalti fisici (purtroppo a volte nemmeno in quel caso, come mostra il documentario stesso), ma vengono ignorate e invisibilizzate quando sono “piccole” discriminazioni sistematiche, che però sommate tutte insieme fanno una gigantesca mole di difficoltà che le donne devono affrontare se vogliono sopravvivere nel mondo scientifico.

Fonte: https://www.cineagenzia.it/film/picture-a-scientist/

Emblematico il racconto di Nancy Hopkins, biologa e professoressa al MIT per 40 anni, che passava le notti a misurare i laboratori dei suoi colleghi uomini per dimostrare che il suo era ingiustamente più piccolo. “Ti abitui ad essere sottovalutata, ti abitui ad essere trattata male, e quindi non ti aspetti nulla di diverso. Cerchi di integrarti ed essere quello che loro hanno deciso che una scienziata debba essere, ma non ti considerano lo stesso una di loro. Ti abitui a essere invisibile”, afferma Raychelle Burks, una delle protagoniste del documentario, che oltre a essere professoressa di chimica analitica all’Università di St. Edwards in Texas, è anche una donna nera e ci regala un meraviglioso “check your privilege” ricordandoci come le discriminazioni si intersecano. “Come fa quella persona a fare tutte quelle cose? Ah ma è perché non deve fare tutte queste altre!”, dice di aver realizzato a un certo punto della sua carriera.

Il documentario è diviso in sei capitoli: nei primi tre vengono illustrate le violenze e le discriminazioni che le scienziate devono subire durante la loro carriera, negli ultimi tre il focus è invece sulle cause e sulle possibili soluzioni. L’equilibrio, a mio parere, risulta perfetto. E anche il bilanciamento tra i racconti delle storie delle donne e i dati non poteva essere migliore di così.

Vi consiglio con tutto il cuore la visione di questo documentario, che trovate su Netflix.

Se volete approfondire la discussione, ne ho parlato più lungamente in una diretta Instagram che ho poi ricaricato su Youtube:

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