Le scienziate “di successo” sono persone privilegiate

Il 12 maggio abbiamo festeggiato il Giorno delle matematiche, giornata istituita nel 2019 in onore di Maryam Mirzakhani, prima e unica donna a vincere la medaglia Fields, il corrispettivo dei “Nobel” per la matematica.

Ho approfondito la sua biografia per scrivere il post Instagram (qui in alto) e ho scoperto che è stata davvero una donna eccezionale: vincitrice delle olimpiadi internazionali di matematica fin da adolescente, professoressa universitaria a Stanford, studiosa delle superfici di Riemann, e prima e unica donna e persona iraniana ad aggiudicarsi un premio così ambito: la medaglia Fields.

Ma dalla sua biografia emerge anche un altro aspetto: il privilegio.

Sicuramente Mirzakhani è stata una grande scienziata, e anche eccezionale, se vogliamo intendere che è stata un’eccezione alla regola che le donne certi premi non li vincono. Ma è anche cresciuta con una famiglia che l’ha stimolata a seguire le proprie passioni, ha frequentato una scuola in cui la incitavano a gareggiare nelle competizioni matematiche, ha potuto laurearsi in matematica, e poi è andata a fare un dottorato in America.

Mirzakhani ha avuto una vita che può essere d’ispirazione, certamente. Ma quante sono le donne che tutto questo non lo faranno mai, non perché non vogliono ma perché non ne hanno le possibilità?

Le scienziate che “ce l’hanno fatta” non sono donne eccezionali, sono donne normali

Qualche mese fa, ho scritto un post in cui invitavo a considerare le scienziate “che ce l’hanno fatta” non come donne eccezionali, geniali e inarrivabili, ma come persone “normali” che semplicemente hanno perseguito la scienza con passione, arrivando a brillanti risultati.

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Io credo che le figure femminili negli ambiti scientifici non debbano essere dipinte come pecore nere, persone così eccezionalmente avanti da sorpassare addirittura(!) gli uomini. Ma come donne normali, con vite normali, che hanno scelto la scienza fregandosene degli stereotipi, e poi sono diventate Marie Curie perché… perché no?

La retorica dell’eccezionalità potrebbe scoraggiare bambine e ragazze a prendere la via della scienza: “Rita Levi Montalcini ce l’ha fatta, è vero, ma lei era una genia, io sono solo una ragazzina come tante”. Perciò io propongo di sostituirla con una retorica della normalità, e dipingere le scienziate presenti e passate come donne qualsiasi che hanno semplicemente scelto la scienza“, scrivevo.

Ma ecco, forse mi ero persa un pezzo.

Le scienziate che “ce l’hanno fatta” sono donne privilegiate

È vero che le donne che noi pensiamo essere state geniali nella storia erano probabilmente persone caparbie, costanti e appassionate, ma è anche (e forse soprattutto) vero che erano persone privilegiate, con i mezzi per realizzare quello che volevano.

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Istruzione femminile

Non tutte le donne crescono in un ambiente che le incita allo studio, e molte donne non hanno proprio la possibilità di studiare. Secondo l’Unicef, nel mondo 132 milioni di ragazze non vanno a scuola (e questo numero è peggiorato durante la pandemia) e 2/3 delle persone analfabete (sempre a livello mondiale) sono donne.     

Le ragioni sono molteplici: povertà, matrimonio infantile e violenza di genere sono barriere difficili da superare che variano di comunità in comunità. In alcuni luoghi, le scuole non soddisfano le esigenze di sicurezza, igiene o servizi igienico-sanitari per le ragazze. In altri, la didattica non è sensibile al genere e si traduce in divario per l’apprendimento e per lo sviluppo delle competenze. Oltretutto, le famiglie povere dovendo scegliere su chi investire nell’istruzione preferiscono mandare a scuola i ragazzi“, scrive l’Unicef.

Segregazione formativa

Ma, anche quando una donna può permettersi di continuare a studiare, esiste il fenomeno della “segregazione orizzontale” che la invita a intraprendere una carriera in una facoltà letteraria o di cura: le donne che si iscrivono a facoltà scientifiche sono in netta minoranza rispetto agli uomini.

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Poi, anche per le poche che riescono a laurearsi in una materia scientifica, la vita non è facile. Le donne vengono discriminate nella loro carriera accademica, hanno meno accesso a ruoli di potere, ed è anche meno probabile che riescano a diventare ricercatrici a tempo indeterminato, quindi spesso le scienziate non hanno una stabilità economica.

Magari in un altro articolo affronterò la questione “segregazione formativa” in maniera più approfondita, nel frattempo, se volete qualche dato, vi invito a consultare questo documento del Miur (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca italiano) che riassume le problematiche che le donne incontrano durante la loro carriera universitaria.

Pubblicazione articoli scientifici

Ma c’è anche un’altra questione da affrontare quando si parla di privilegio e di scienza.

L’h-index è un criterio mediante il quale si misura l’impatto scientifico di una persona che fa ricerca. Questo criterio dipende dal numero di pubblicazioni scientifiche e dal numero di citazioni. Ovviamente per vincere un premio come un Nobel o come la medaglia Fields avere un h-index elevato è il criterio minimo.

Perché la tua ricerca vinca un prestigioso premio, devi naturalmente prima pubblicarla. Ma non in tutti i Paesi gli scienziati e (soprattutto) le scienziate hanno la possibilità di pubblicare articoli scientifici.

Preso da https://www.infodata.ilsole24ore.com/2020/01/17/nel-mondo-pubblicati-25-milioni-articoli-scientifici/?refresh_ce=1

Il grafico in alto mostra i Paesi in cui vi è la percentuale maggiore di pubblicazioni scientifiche nel 2018. Una grandissima fetta è occupata da Cina e Stati Uniti, la restante da India, Giappone, Russia e alcuni Paesi europei. Questo non vuol dire che l* scienziat* cinesi e statunitensi sono l* più brav*, ma che in quegli Stati si investe di più nella ricerca e che, quindi, se ti trovi in un’università cinese o statunitense (o hai la possibilità di andarci, come ad esempio Mirzakhani) avrai una probabilità maggiore di essere pubblicat*, quindi di avere un h-index elevato e di vincere premi, o comunque diventare un* scienziat* “di successo”. Per intenderci: non è che non esistano scienziat* sudafricani, è che hanno meno possibilità di fare il loro lavoro, e vengono meno considerat* dalla comunità scientifica.

Alcune persone incontrano più ostacoli di altre nel loro cammino, non per pigrizia, non per mancanza di passione o di caparbia, ma perché sono nate di una certa razza, classe sociale, genere, sesso, orientamento sessuale, nazionalità, tutte caratteristiche che non possono cambiare.

Ed è giusto dirlo. Il privilegio non è una colpa. Però è una colpa non tenerne conto nella narrazione di scienziati, scienziate, e di tutte quelle persone che in generale riteniamo “di successo“.

N.b. Ho scritto questo articolo qualche settimana fa, negli ultimi giorni ho ragionato sul concetto di privilegio e sull’utilità e la correttezza di usare il termine “privilegio” come “presenza di diritti umani fondamentali”. Chiaramente il termine “privilegio” usato in questo contesto si carica di un nuovo significato politico, ma è davvero utile parlare dei diritti che ogni essere umano dovrebbe possedere come privilegi? Ancora non mi sono fatta una mia idea ben precisa, ma intanto vi lascio qui questo spunto.

Se vuoi collaborare, contattami. E se ti piace il mio progetto, supportami, grazie!

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